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Sicurezza e smart working: le aziende non erano preparate
Check Point Software rivela che le aziende non erano preparate a gestire un ricorso massiccio allo smart working

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Check Point Software Technologies ha analizzato i dati e gli eventi di sicurezza informatica relativi a questa pandemia e, secondo una ricerca dell’azienda condotta con Dimensional Research, emerge che il 95% delle aziende ha sperimentato problemi di sicurezza legati allo smart working. La ricerca rivela anche che il 61% delle aziende si preoccupa dei rischi per la sicurezza e dei cambiamenti necessari per facilitare lo smart working, il 55% cerca come migliorare la sicurezza dell’accesso da remoto e il 49% richiede più sicurezza anche per gli endpoint.

La pandemia Covid-19 ha colto aziende e dipendenti sostanzialmente impreparate a un lavoro da remoto di tipo massivo: “Anche aziende che già praticavano varie forme di smart working sono state colte alla sprovvista e hanno dovuto implementare misure integrative per permettere a tutti i dipendenti di lavorare da remoto. La maggior parte delle imprese però si è trovata a dover creare tutto da zero e in brevissimo tempo. Si sono rese necessarie dunque modifiche all’infrastruttura per gestire gli accessi (partendo dalla creazione di VPN e al passaggio al cloud) e si è fatto ricorso massiccio alle piattaforme di videoconferenza – che sono comode ma se non vengono attuati gli accorgimenti necessari possono diventare estremamente rischiose per la sicurezza aziendale”, ha commentato Marco Urciuoli, Country Manager di Check Point Italia.

I problemi di sicurezza durante lo smart working

Gli hacker non sono certo rimasti con le mani in mano e da subito hanno cominciato prima a creare siti legati al Coronavirus, con oltre 4.000 domini legati al virus in poche settimane, l’8% di cui è sospetto o malevolo. In un secondo momento hanno iniziato ad attaccare direttamente le persone inviando un’enorme mole di e-mail phishing a tema Covid-19. Il picco è stato raggiunto il 28 marzo con 5.000 attacchi riconducibili al virus.

aziende sicurezza smart workingIn Italia boom di siti malevoli riconducibili al coronavirus

In Italia la situazione non è stata delle migliori: la ricerca ha dimostrato che più di un sito su dieci registrato negli ultimi 30 giorni e legato ai temi della “salute” è malevolo. Ora che si sta parlando della Fase 2, e dell’attivazione degli aiuti di Stato, gli hacker stanno diffondendo domini ingannevoli e inviando e-mail che diffondono malware per approfittare di questo nuovo tema d’interesse. Ad esempio, nel solo mese di nel marzo 2020 sono stati registrati 2.081 nuovi domini legati a sussidi, fondi e supporti statali (di cui 38 malevoli e 583 sospetti).

“La particolarità italiana è senza dubbio l’altissimo tasso di attacchi attuati tramite e-mail phishing rispetto alla media del resto del mondo (89%, rispetto al 57% globale) e, soprattutto, che per veicolare i malware vengano utilizzati documenti .xls, con un’incidenza doppia rispetto alla media internazionale (30,1%, rispetto al 14,8% globale)”, ha commentato Peter Elmer, Security Expert Office of the CTO di Check Point.


Danilo Loda

100% "milanes", da una vita scrivo di bit e byte e di quanto inizia con on e finisce con off. MI piace tutto quello che fa rumore, meglio se con un motore a scoppio. Amo viaggiare (senza google Maps) lo sport, soprattutto se è colorato di neroazzuro.









 




 

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